Il lavoro in Italia: la fotografia dell'OCSE

"L’Italia è stata colpita duramente dalla crisi che ha anche comportato un aumento nella disoccupazione". A descrivere la situazione del mercato del lavoro in Italia e a presentare le previsioni ecnomiche per il 2013 è l'Employement outlook 2012 pubblicato recentemente dall'OCSE.

Il prodotto interno lordo dell’Italia è diminuito fortemente nel 2009, l’anno che ha coinciso col culmine della crisi. Dopo una breve ripresa, le previsioni OCSE del maggio 2012 prevedono un nuovo calo del PIL italiano per quest’anno, cui dovrebbe fare seguito un livello pressoché invariato nel 2013. Sul fronte del lavoro, dopo un temporaneo miglioramento all’inizio del 2011, il tasso di disoccupazione ha registrato un nuovo aumento negli ultimi 3 trimestri, superando il 10% nel mese di maggio. Si prevede che la disoccupazione continuerà a crescere anche nel 2013.

Il costo occupazionale della crisi non è distribuito in modo uniforme. Sono stati soprattutto i giovani e i lavoratori meno qualificati a perdere il lavoro. Il tasso di disoccupazione di lungo periodo, un indicatore particolarmente adatto a descrivere le difficoltà del mercato del lavoro, è aumentato in modo violento tra i giovani. Pur in misura più contenuta rispetto ai giovani e ai lavoratori con basse qualifiche, la disoccupazione di lungo periodo è aumentata anche per gli uomini tra i 25 e i 54 anni. Allo stesso tempo, essa è rimasta relativamente più stabile tra le donne e i lavoratori meglio qualificati. Nel confronto con la media OCSE, in Italia l’aumento del tasso di disoccupazione di lungo periodo è stato più marcato e distribuito in modo più ineguale tra categorie socio-demografiche (vedi Figura sotto).

I fattori che concorrono a spiegare perché la crisi abbia colpito soprattutto i giovani sono numerosi. Innanzitutto, i nuovi arrivati nel mercato del lavoro mancano di esperienza. attuale Questo fattore di svantaggio è ancora più penalizzante quando si manifesta in un periodo di crisi, dell’ampiezza di quella attuale. In secondo luogo, i giovani italiani sono spesso occupati con contratti atipici – in particolare contratti a termine e le altre forme di lavoro relativamente più precario. Ciò spiega perché i giovani sono anche i primi a perdere il lavoro quando le condizioni economiche peggiorano.

Nel giugno 2012 il Parlamento Italiano ha approvato una riforma del mercato del lavoro di ampia portata. Si tratta di un passo importante, alla luce degli squilibri che da lungo tempo caratterizzano il mercato del lavoro italiano: la bassa partecipazione delle donne; l’elevata disoccupazione, soprattutto tra i giovani; e la forte segmentazione dell’occupazione. In particolare, la riforma si prefigge di riequilibrare l’uso delle diverse forme contrattuali: i) estendendo l’intervallo tra due contratti consecutivi a tempo determinato (cooling-off period); ii) riducendo gli incentivi fiscali per l’utilizzo di alcune forme di contratti non permanenti; e iii) introducendo la trasformazione automatica in contratti di lavoro dipendente delle forme di lavoro autonomo che celano rapporti di lavoro dipendente. Qualora la riforma diventasse operativa in tempi rapidi, comporterebbe una riduzione importante della segmentazione del mercato del lavoro.

La recente riforma del mercato del lavoro dovrebbe anche comportare la riduzione dei costi sociali e occupazionali delle prossime recessioni. In primo luogo, come suggerito nel Capitolo 2 dell’Employment Outlook dell’OCSE del 2012, la minore incidenza del lavoro temporaneo e delle altre forme contrattuali atipiche e precarie dovrebbe favorire la capacità del mercato del lavoro italiano di affrontare future recessioni, riducendone anche i costi sociali. Inoltre, la riforma estende la copertura dell’indennità di disoccupazione ad una platea più ampia di lavoratori e ne aumenta moderatamente la generosità, riducendo in tal modo i costi sociali legati all’aumento della disoccupazione. Da molti anni l’OCSE sollecitava l’Italia a intervenire sul proprio sistema di ammortizzatori sociali. In effetti, le stime dell’Organizzazione suggeriscono che il livello medio del sussidio di disoccupazione (calcolato come rapporto rispetto al reddito precedente la perdita del posto di lavoro), pur restando contenuto, risulterà notevolmente aumentato dalla riforma, rispetto al livello molto basso al momento attuale in vigore. Pur trattandosi di un ottimo primo passo, questa misura andrebbe sostenuta da una strategia di attivazione efficace, fondata su una distinzione più chiara delle responsabilità tra governo centrale e autorità regionali. Essa andrebbe inoltre integrata estendendo il principio di reciprocità (mutual obligation), secondo cui, a fronte dell’elargizione del sussidio di disoccupazione, i beneficiari accetterebbero di impegnarsi attivamente nella ricerca del nuovo impiego, eventualmente intraprendendo un corso di formazione. Essi sarebbero però sanzionabili qualora venissero meno a tale impegno.

Fonte: OCSE